Non sono un esperto di filosofia, sebbene al liceo mi piacesse.
Non ho mai approfondito nulla, giusto una breve cotta per Galimberti durata tre o quattro libri.
Col senno di poi il motivo è semplice: come si mette a terra ‘sta roba? Non si mette. La sua essenza sta nella discussione, nella ricerca fine a sé stessa. Lo diceva forse Socrate parlando della retorica – ma potrei sbagliarmi. Ricordo poi l’Iperuranio di Platone: splendido, dava un’immagine veramente affascinante della realtà. L’ho ritrovato poi in certe analogie con l’Intelligenza Artificiale.
Vabè, dove volevo arrivare?
Ah ecco: la psicologia.
Penso a “Filosofia” e non posso fare a meno di pensare a quei posti dove si parla – o meglio, ti lasciano parlare – per ore, poi ti chiedono 80€ e guardano l’agenda per prenotare la seduta successiva, perché “dobbiamo continuare a scavare”.
Sono troppo stronzo per questa roba. Tu, con la tua Autorità, mi induci a trovare pattern nel mio passato, magnificando eventi con l’etichetta “trauma” e ignorandone altri, spingendomi a formulare tesi e cercare conferme. E dopo? Dopo tutto questo teatro dei bias – autorità, pattern recognition, conferma – dopo che abbiamo scavato: che cazzo facciamo?
Bhé, questa cosa che una volta scoperto l’assassino il gioco finisce, fondamentalmente con un’assoluzione deterministica (“Poverino, non è colpa tua, guarda quanti traumi hai dovuto subire”), mi fa veramente vomitare. A quel punto sono sottomesso e dipendente dall’autorità – lo psicologo – ho ricostruito un passato in maniera arbitraria e funzionale al raccontarmi come vittima, e sono lì: nudo, senza soldi, senza potere. Posso solo chiedere compassione e carezze mentre attendo, appassendo, il giorno della mia morte.
Si fotta Freud e le sue puttanate. Penso sia esattamente quello che ha pensato anche Alfred Adler.
Adler, contemporaneo e dello stesso spessore accademico di Freud – ma quasi totalmente ignorato dalla cultura pop – è la versione filosofica di Jocko Willink.
A differenza di Freud, conoscere o parlare di Adler non ti fa scopare. Il motivo è evidente: non c’è spazio per l’emotività spicciola, non c’è spazio per la commiserazione, e questo generalmente non piace alle donne. Al contrario, c’è un focus totale sulla responsabilità personale delle proprie sofferenze e un’esortazione continua alla lotta per il miglioramento. Schiena dritta, piedi ancorati al presente e sguardo sicuro verso il futuro, piuttosto che gobbi e languidi manichini spiaggiati sul divano a guardare nostalgici le diapositive dell’infanzia imbottiti di Xanax.
Non conoscevo Adler, ma il libro “Il Coraggio di Non Piacere” mi ha dato molti spunti, non ultimo il guizzo di tornare a scrivere qui.
Di solito, una volta finito un libro, riparto da capo e appunto in un post tutti i concetti che ho sottolineato. Poi rileggo, sistemo, dò un verso, cerco una sintesi e un punto di vista personale. Ma prima di iniziare questo “rito”, che mi serve per fissare i concetti, voglio scrivere a caldo l’idea più forte che mi è rimasta attaccata addosso.
Una su tutte: la Menzogna Vitale.
Il concetto è brutale. Adler ribalta il tavolo e passa dall’eziologia freudiana (causa-effetto) alla teleologia (scopo-azione). Freud ti dice: “Stai male oggi (B) perché ieri è successo il trauma (A)”. Adler ti guarda negli occhi e ti dice: “Tu vuoi stare male (B) perché ti serve a qualcosa (giustificarti, non agire, chiedere attenzione), e stai usando il trauma (A) come scusa.”
Ora parto con le sottolineature, proprio da questo concetto:
Ho un giovane amico che sogna di diventare scrittore, ma sembra non essere in grado di portare a termine il suo romanzo. Secondo lui è troppo occupato con il lavoro e non ha mai tempo di scrivere, ed è per questo che non riesce a finire il libro e a iscriversi a un concorso letterario. Ma è questo il vero motivo? No! In realtà, vuole lasciarsi aperta una possibilità – “Se ci provo, posso farcela” -, ma senza prendere alcun impegno. Non vuole esporre la sua opera alle critiche e certamente non vuole affrontare l’eventualità di aver prodotto un testo mediocre e di essere rifiutato. Vuole vivere nell’ambito delle possibilità, dove può dire che potrebbe farcela se solo avesse tempo o se solo vivesse nell’ambiente adeguato e che ha davvero il talento necessario. Tra altri cinque o dieci anni, probabilmente inizierà ad accampare nuovi pretesti, come “Non sono più giovane” o “Ora ho una famiglia di cui occuparmi”.
BOOM.